Ombre scure sotto la luna piena. Recensione della miniserie DRACULA

Chi non conosce il romanzo di Stoker? Anche chi non lo ha letto ne avrà sicuramente sentito parlare visto che tante sono state le trasposizioni, le parodie o le versioni in cui il Conte è giunto sul grande e piccolo schermo.

Il primo gennaio in UK e il 4 nel resto del mondo è stata rilasciata la serie DRACULA che si ispira al romanzo di Stoker: composta da 3 episodi da 90 minuti è stata creata da Steven Moffat e Mark Gattis (Sherlock) e coprodotta da BBC e NETFLIX. Da fan del romanzo non potevo perdere quest’occasione di rivedere “il mio amico D”. Ahimè questo progetto è stata una vera delusione. Dopo quattro ore e mezza non ho capito cosa questa serie volesse dire e/o raccontare: non c’è una trama, non c’è uno sbocco, non c’è un progetto, non c’è nulla, ma soprattutto non è Dracula.

Si consiglia di non proseguire se non si è visto la serie.

Quando c’è una trasposizione di un libro sul grande o piccolo schermo non sono una di quelle che vuole il copia e incolla di ogni riga: accetto di buon gran grado i cambiamenti purché siano fatti intelligentemente e coerentemente, in modo da non snaturare lo spirito e la sostanza dell’opera originaria. Ecco perché, in genere, le trasposizioni del Dracula di Stoker mi hanno quasi sempre delusa (eccezion fatta per il film di Coppola), ma fra tutte le versioni e/o trasposizioni, questa è fra le peggiori che abbia avuto la sfortuna di vedere. Già dal primo episodio si capisce che la struttura è uno stillato moffattiano, soprattutto i dialoghi tra suor Van Helsing (Dolly Wells) e Dracula, con dei botta e risposta che vorrebbero essere sagaci e spiritosi, ma che poche volte ci riescono. L’unica parte un pochino più interessante è stata l’interrogatorio-flashback perché quel Dracula ricorda quello classico, ma forse più sbruffone e che strizza l’occhio agli Hammer Horrors di Christopher Lee.

Non sempre le

rivisitazioni funzionano

In questa serie assistiamo a delle modifiche che non aggiungono nulla alla storia ma che addirittura la cambiano e, cosa più grave, snaturano lo spirito del romanzo. Tanti hanno rimesso mano all’opera aggiungendo, togliendo o rielaborando il prodotto: una delle ultime serie fu Penny Dreadful che inserì il Conte in un gioco più grande o ancora “Dracula” del 2013 con Jonathan-Rhys Meyers la quale nella sua mediocrità aveva una base storica e nel suo piccolo non era del tutto da buttare, lo stesso Coppola si prese delle “licenze” aggiungendo cose qua e là; la storia d’amore fra Mina e il Conte venne resa in maniera credibile e impeccabile per come fu inserita nel contesto, aumentando anche lo spessore dei due personaggi (ecco perché, ad oggi, rimane la miglior trasposizione). In questa versione sono invece riusciti a creare una trashata colossale; dialoghi e battutine di quart’ordine degne dei post di tumblr, facebook, ecc., personaggi del romanzo completamente snaturati, cambi di etnia e genere a personaggi principali del romanzo, come ormai da abitudine per il politically correct odierno, e trovate da parodie di infima qualità, cose che nemmeno “Dracula Morto e Contento o Fracchia contro Dracula” sono stati capaci di fare.

“Dracula non è il cattivo da sconfiggere”

L’idea di Moffat e Gatiss era (parole loro) di fare un adattamento dove Dracula è il vero protagonista e non semplicemente il cattivo da sconfiggere. Bene, solo che il Conte (Claes Bang) che loro hanno realizzato non ha fascino, non è cattivo, non è furbo né altro, pare più un idiota che non sa ciò che vuole e dove non è nemmeno il protagonista, visto il forzatissimo legame tra il vampiro e suor Van Helsing.

“Quando le idee non funzionano e manca l’originalità”

Mi chiedo il senso di riproporre Dracula quando poi si va a realizzare un qualcosa di completamente diverso? Tanto vale scriverne una storia sui vampiri ex novo. O ancora, perché bisogna per forza fare sempre qualcosa di differente e/o originale quando poi di originale c’è ben poco, ma si scopiazza alla bene e meglio da altre opere? Moffat dovrebbe smettere di scrivere sempre gli stessi personaggi, adattandoli di volta in volta: i battibecchi tra il protagonista maschio e l’antagonista femmina, che ovviamente è un po’ nemica e un po’ complice, sono praticamente gli stessi che si vedevano in Doctor Who e in Sherlock. In questa versione moffattiana ci sono tanti richiami ad altre opere, oltre alle già citate abbiamo Westworld (la mosca sull’occhio di Jonathan), Red Dragon (la frase “tu sei come me” che Dracula dice a Jonathan): fra le altre cose anche in Sherlock Moffat citò i libri di Thomas Harris. Non solo, il secondo “tragico” episodio, interamente dedicato al viaggio del Conte a bordo del Demeter, oltre ad essere di una noia assoluta con battute riciclate e riferimenti culinari/sessuali e vaghi accenni religiosi, è anche un mix del già citato Sherlock con l’aggiunta di Agatha Christie, nel quale il Conte, insieme a suor Van Helsing, mettono in gioco una caccia all’assassino che serve solo a portare al colpo di scena finale ma che, in realtà, è una trashata apocalittica: il salto temporale, non è né originale né funzionale alla storia.

“Di salti temporali

e trip surreali”

Avrei apprezzato una sola linea temporale, un Dracula ambientato ai giorni nostri non mi sarebbe dispiaciuto, certo, con una trama adeguata e non quella cosa che abbiamo visto nel terzo episodio, perché se i primi due episodi hanno avuto qualche piccolo spunto interessante nel terzo si cola a picco verso l’inesorabile nosense:  un trip surreale dove trovare uno spunto serio su queste scene è pressoché impossibile. Si costituisce un’organizzazione secolare con un unico scopo e poi, al momento del ritrovamento di Dracula, si manda un’equipe di scienziati che, per prima cosa, infilano le dita in bocca al vampiro, mentre il reparto d’élite sulla spiaggia si fa disarmare e ammazzare subito, facendo scappare il Conte, manco fossero quelli di Scuola di polizia. Purtroppo però, al peggio non c’è mai fine ed infatti, “seguendo la scia di distruzione” Dracula viene ripreso dopo aver distrutto la casa di una povera donna che ha appena perso il marito (ucciso dal Conte assorbendone le conoscenze, usi e costumi del 21° secolo) e messo nella super mega prigione costruita apposta per lui (perché mi pare di aver già visto questa cosa..?Ah, sì, Sherlock S04) e con la password del wi-fi super mega iper complessa: DRACULA. Tralascio la parte di Renfield (Mark Gattis), per soffermarmi sul punto che definire imbarazzante è un complimento; mi riferisco alla stucchevole e noiosissima storia di Lucy Westerna (Lydia West) e di Jack Seward (Matthew Beard) che non ha altra funzione se non quella di condurci al colpo di scena finale: Il Conte ha deciso di prolungare in modo innaturale la propria vita, perpetrando ogni tipo di orrore, perché non accetta la morte! No, dai, non l’avrei mai detto… Ma attenzione alla spiegazione, Dracula intrappolato dalle sue paure (sia il sole e la croce non sono maledizioni ma delle credenze popolari e a furia di sentirle persino il Conte stesso ha finito per crederci, facendoli diventare dei feticci) decide di morire bevendo il sangue malato (cancro) della discendente di suor Van Helsing (mandando in malora tutto ciò che ci hanno mostrato fino a quel punto). Sinceramente non saprei cosa dire perché è tutto talmente nosense che un commento serio è inutile: per carità, il concetto di base non sarebbe neppure male ma è il come è stato realizzato che è scabroso.

Alla fine dei tre episodi cosa rimane? Quali sono la storia e la trama? Una critica alla società moderna? Alla religione? Alle Paure? Una “strana” storia d’amore? Non si capisce, il tutto non viene approfondito ma è buttato lì, a caso, lasciando invece spazio ad “umorismo” di bassa lega e fuori contesto con dei personaggi piatti e senza la minima caratterizzazione. Moffat non è stato ironico, quello che ha fatto, per me, è semplicemente trash ma di quello brutto; se voleva essere una sorta di parodia, beh, non mi ha fatto ridere, anzi, in certe scene mi sono sono sentita in imbarazzo. Tirando le somme devo dire che Mark Gattis e Stevan Moffat hanno sprecato un’occasione e hanno fatto uno scempio, un po’ come per la quarta stagione di Sherlock: sperando che si fermino qui e non facciano una seconda stagione. La cosa che salvo di questa produzione è il reparto tecnico: ambientazioni ed effetti sono stati ben resi. La recitazione è buona ma nulla di così eccezionale, Claes Bang ha fatto un buon lavoro solo che continuo a non trovarlo adatto per il ruolo del Conte Dracula, ma d’altronde nemmeno la serie è Dracula, quindi va più che bene.

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