Unorthodox, un inno all’individualità

Unorthodox è una serie ispirata all’autobiografia di Deborah Feldman dal titolo “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots“, per ora introvabile in Italia. Deborah faceva parte della comunità chassidica Satmar di Williamsburg, a New York, dove i gruppi ultraortodossi ebraici seguono delle regole di vita rigidissime. I Satmar vedono l’Olocausto come una punizione divina per aver abbandonato le tradizioni e i dettami dell’Antico Testamento ed essersi invece uniformati ai popoli che li ospitavano. Per evitare che la Shoah si ripresenti, vivono un’esistenza scandita da riti religiosi, con tutti gli stereotipi del caso: la sessualità è un tabù, i matrimoni sono combinati, si parla l’yiddish, l’inglese è proibito, le donne devono procreare il più possibile per ripristinare il numero degli ebrei prima dell’Olocausto. Deborah faceva fatica ad adattarsi a questo stile di vita e alla posizione inferiore della donna all’interno della comunità religiosa. Scappata in Germania, oggi vive e lavora ancora lì. Il suo libro è piaciuto alla regista Maria Schrader (Lenora di Deutschland 83-86-89) e Deborah le ha proposto di farne una serie TV per diffondere il più possibile questo messaggio di libertà e scelte individuali.

Esty, la protagonista della serie che trovate su Netflix, è interpretata da Shira Haas, giovane attrice israeliana che abbiamo già conosciuto nella serie Harmon (Harem), che trattava di un culto poligamo in Israele in una comunità composta da patriarca con più di 20 mogli e 40 figli. Shira interpretava la nipote del patriarca, ribelle e punita più volte per una cotta adolescenziale. Il personaggio si evolve e diventa Esty, membro della comunità chassidica di Brooklyn, di appena 18 anni, promessa sposa di Yanky (Amit Rahav), destinata al suo ruolo di donna servile e madre, ma con altri sogni nel cassetto. Saranno questi sogni a renderle la relazione con Yanky difficile e stressante, anche per l’insistenza da parte dei parenti che premono per la consumazione del matrimonio e una gravidanza. Armata di coraggio, e con l’aiuto della sua insegnante di pianoforte (lezioni concesse eccezionalmente dal marito), prende il volo per Berlino, e lì dovrà adattarsi a condizioni precarie e solitudine. La stessa madre era scappata a Berlino lasciandola con la nonna, ma i rapporti sono lacerati da anni di silenzi, ed Esti non se la sente di ricucire.

La miniserie di 4 puntate scorre veloce, ho apprezzato la recitazione, soprattutto in una scena toccante tra Esti e Yanky, sono abituata ad attori israeliani di serie TV con poco talento, ma qui mi sono ricreduta. Le scene sono alternate a dei flashback riguardanti il passato di Esti, ma questo non spezza il filo della narrazione. Consideratela una favola ricavata da un libro a lieto fine, anche se uno spiraglio rimane aperto (e anche minaccioso). Una favola dove arte, cultura e sentimenti aprono le porte alla libertà, e dove più che denunciare un mondo di prigione e isolamento, si celebra la nascita di un altro fatto di individualità e felicità personale.

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